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BEPPE CARELLI, 60 ANNI DI UN GIGANTE DEL BASEBALL

20/08/2018

Il 14 agosto ha compiuto 60 anni una delle "icone" del baseball italiano , quel mito che corrisponde al nome di Beppe Carelli nato e cresciuto nel Codogno. Elia Pagnoni (nella foto al termine dell'articolo) firma storica del baseball e giornalista de "IL GIORNALE" in un'intervista pubblicata sul sito del Milano Baseball 1946 ripercorre la carriera del grande Beppe che parla a ruota libera dei suoi trascorsi sportivi in giro per il mondo . La riprendiamo sul nostro sito e ringraziamo ancora Elia per la sua collaborazione.
Cresciuto a Codogno, lanciato da Milano, è stato la bandiera del Rimini per 17 anni, ma anche l'unico italiano a vincere la classifica battitori di un Mondiale. "L'anno al Kennedy decisivo per la mia esperienza: quante cose ho imparato da Phares e Bonfonte... Quando presi tre kappa da Minetto e pensavo di essere un fallito... Le sere passate con Valdespino al pub a farmi raccontare la Major league. Glorioso e Castelli le icone del baseball italiano, ma i ragazzi di oggi non hanno cultura storica. La serie A1? Come fai a crescere se non arrivi a cento turni in una stagione? Valle il pitcher su cui ho fatto più fatica a battere. Resterò sempre legato a Rimini, ma il mio sogno sarebbe stato giocare ogni anno in una squadra diversa..."

Un gigante del baseball con Milano nelle sue origini. Uno dei grandissimi della storia azzurra, uno che non a caso è stato l’unico italiano a vincere la classifica dei battitori in un campionato mondiale, in Olanda nell’86. Stiamo parlando di Beppe Carelli che soffia oggi su 60 candeline, un mito del nostro baseball, una leggenda del Rimini, ma cresciuto a Codogno e lanciato in serie A dal Milano di David Phares nel ’75, non ancora diciassettenne. Un uomo con cui si parlerebbe di baseball per ore, ancora legato alla sua grande passione come pochi altri, nonostante il tempo l’abbia ormai allontanato dai diamanti, almeno come protagonista. Eppure Beppe Carelli, nato il 14 agosto del ’58, sui diamanti ha costruito una delle più belle storie del baseball italiano: secondo nella classifica all-time dei fuoricampo (220) e dei punti battuti a casa (926) della serie A1, sempre alle spalle di Roberto Bianchi, nono azzurro di tutti i tempi per presenze in Nazionale (115) con 5 Europei, 6 Mondiali e le Olimpiadi di Los Angeles nel suo bagaglio personale, oltre ai 5 scudetti e alle 2 coppe dei Campioni vinte nei suoi diciassette anni a Rimini (dal ’77 al ’94), interrotti da una sola stagione passata a San Marino (nell’88). Con il Milano vanta invece le prime 50 presenze in serie A, con 89 riprese lanciate, visto che in gioventù Carelli si cimentava anche dal monte di lancio.
- E adesso invece, Beppe, il baseball lo guardi da attento osservatore…
“Già, lo seguo per sport, perché ovviamente è dentro di me. Anche se purtroppo la realtà è quella che è… Seguo il mio amico Ciga, Ceccaroli, che qui a Rimini come allenatore ha dato almeno una scossa all’ambiente, ma se guardo un po’ più in là sono veramente preoccupato dalla situazione del baseball a livello nazionale. Ogni tanto qualcuno dà un segnale di risveglio, ma purtroppo sono di più quelli che si arrendono. Si è lasciato andare il movimento alla deriva e questi sono i risultati: costruire è difficile, ma per distruggere ci vuole un attimo. E adesso ci vorrà molto tempo per tornare ai livelli del passato. Cosa vuoi, si vive sperando nella rinascita di questo sport… io poi sono fuori dai giochi, anche perché sono un po’ acciaccato. E poi la mia parte penso di averla fatta…”.
- Ma cosa c’è all’origine di questa crisi?
“Mah, intanto sicuramente un fatto di cultura sportiva. Purtroppo da parte dei ragazzi non c’è il legame con il baseball che apparteneva alle generazioni precedenti… Io a 10-11 anni mi facevo portare da mio papà a Milano per vedere i Punaro, i Cavazzano, i Novali, i De Regny… Andavamo a Bollate a vedere la Norditalia con quella bella divisa blu-arancione, con i vari Pillow, Teddy Silva… Oppure a Parma a vedere i Castelli, i Foppiani, gli Ugolotti: tutti giocatori che erano uno stimolo per noi ragazzini. Adesso questo fenomeno non esiste più: credo che il 90 per cento dei ragazzi che giocano a baseball oggi nelle nostre giovanili non sappia nemmeno chi siano Glorioso o Gandini o Carmignani, personaggi che hanno lasciato il segno. Anzi credo che fatichino a sapere chi sono i protagonisti della serie A1 di oggi. Invece il baseball si evolve se c’è un passaggio di testimone tra le generazioni. Negli Usa tutti sanno chi erano Mickey Mantle o Babe Ruth, da noi non esiste cultura storica e questa è una delle note dolenti. Ma l’altra riguarda il livello tecnico del campionato che non può far crescere dei battitori se si fa fatica ad arrivare a cento turni in una stagione… Negli anni Ottanta, tra campionato, coppe e nazionale io superavo i 300 turni all’anno. E allora cerchiamo di giocare di più, fin dalle giovanili. Se è un problema di costi organizziamo tornei regionali, facciamo in modo che invece di fare un allenamento si organizzino delle partite anche durante la settimana. Tre le provincie di Milano e Lodi quante squadre ci sono? Possibile che non possano giocare molto più frequentemente tra loro…”.
- Torniamo a Beppe Carelli. Hai parlato di passaggio di testimone: tu da chi l’hai preso?
“L’ho preso da tutti quelli da cui potevo… La mia esperienza a Milano nel ’75, ad esempio, è stata fondamentale: con giocatori come Phares e Bonfonte avevo tutto da imparare e io in quegli anni ero una spugna: assorbivo tutto. Phares poi era un tecnico avanti con i tempi, pensa che faceva fare persino un allenamento per gli occhi, per la reattività…”
- E il tuo testimone a chi pensi di averlo passato?
“Beh in questi casi non sei tu che decidi… Però penso che a Rimini la nostra generazione abbia lasciato qualcosa ai vari Evangelisti, Chiarini eccetera, insomma i giocatori più importanti venuti dopo di noi. Spero soprattutto che abbiano preso le cose buone da me… Nel baseball è importantissima la capacità di osservare, anche stando in panchina. E’ uno sport in cui si impara soprattutto guardando quelli bravi, però ci devi tenere, altrimenti non assimili niente. Io poi non mi fermavo agli allenamenti, mi facevo mandare tutte le videocassette della Major league e dopo ogni allenamento mi guardavo una partita. Oppure parlavo con chi arrivava da quel mondo là: quante sere mi sono portato al pub grandi tecnici come Sandy Valdespino o Bob Molinaro per farmi raccontare di Carew o di Killibrew o di Pete Rose… Impari il baseball anche così”.
- Ma tu come sei arrivato al baseball?
“Per puro caso. A Codogno abitavo a duecento metri dal centro sportivo e andavo a fare atletica, soprattutto salto in lungo. Però al di là del muretto sentivo sempre degli strani suoni e un giorno mi affaccio e vedo ‘sta cosa strana: guanti, mazze, maschere… e da bambino sono rimasto subito folgorato. Così ho iniziato anch’io. Ricordo il primo impatto con il grande baseball quando venne a giocare a Codogno il Milano in un torneo in cui c’era anche il Nettuno. Insomma, il meglio che c’era in Italia in quel periodo. Da una parte ricordo Steve Shedd, questo americano fortissimo, biondo: ho una foto in cui lui è in battuta e alle sue spalle riceve Ceccolini. E con lui i vari Passarotto, Cavazzano, Brambilla che lanciava. Dall’altra parte invece Hayes, grande interbase nero del Nettuno dei vari Laurenzi, Monaco, Mirra, Faraone… Me li mangiavo con gli occhi. E poi ero talmente invasato che mi feci portare da Brigatti a Milano per comprare il guanto”.
- A Milano arriva anche il tuo debutto in serie A1, te lo ricordi?
“Mi ricordo una delle prime pertite contro il Nettuno. Phares mi fece giocare subito, aveva fiducia in me. Poi ricordo che arrivò il Bologna e affrontai Craig Minetto: non avevo mai visto un lanciatore del genere… Presi tre kappa e tornai in panchina quasi piangendo: cosa ci faccio io qui? mi chiedevo… E furono proprio Frank Bonfonte e David Phares a farmi coraggio, a farmi capire che non ero l’unico che soffriva quel pitcher fenomeno. Poi piano piano ho fatto qualche ripresa sul monte, ho preso fiducia e ho cominciato a battere anche i migliori pitcher di allora come Di Sanzo o Mike Romano. A Milano feci un’esperienza fondamentale e molto di quello che imparai me lo riportai a Codogno l’anno successivo quando vincemmo lo scudetto di serie A, la seconda serie. Anzi, devo dire che per quanto mi riguarda in quel campionato vinto c’è molto del Milano, di quello che mi insegnarono i Novali, i Bonfonte, i De Regny, gli Allara…”
- Poi sei andato a Rimini ed è stato il salto di qualità…
“Sì, ma passando prima per le Nazionali giovanili. Furono Morgan, Landolphi e Guilizzoni, che mi avevano visto già a Codogno, a segnalarmi. Ricordo che andai agli Europei under 18 che non avevo ancora 14 anni. Ma contro l’Olanda feci un fuoricampo a Bert Volkerijk che poi sarebbe diventato un grande lanciatore, la bestia nera dell’Italia per tanti anni. Vincemmo quell’Europeo, poi vincemmo ancora nel ’75 con un grandissimo Pivetta sul monte che fece 16 kappa in finale contro gli olandesi. In quelle Under tra l’altro c’erano tanti ragazzi che hanno giocato anche nel Milano: Marazzi, Radice, Brusati, Blanchetti, Bortolomai…”
- Nella tua carriera c’è una partita indimenticabile?
“Non saprei… ce ne sono tante. Forse una finale scudetto con il Grosseto. O la vittoria agli Europei dell’87 contro l’Olanda con una Nazionale di tutti italiani e un grande Walter Cossutta sul monte di lancio. Ma se dovessi rivivere una partita ne sceglierei una del Club Italia, la Nazionale sperimentale dei primi anni Ottanta, a Santo Domingo, quando vincemmo 1-0 con un punto fatto al primo inning con una base ball ricevuta da Costa e una mia smanicata valida che l’ha spinto a casa. Poi un Ceccaroli in versione stellare sul monte e una difesa fantastica con grandi out e doppi giochi a difendere quel punto. Una partita perfetta da rivedere in videocassetta se fosse possibile… E in quella occasione ci fu anche un’altra partita indimenticabile, ma per altri motivi, una che venne interrotta perché scoppiò una rissa colossale sugli spalti prima che intervenisse la polizia a manganellate. Non ne capivamo il motivo, poi scoprimmo che c’era un giro di scommesse sulla nostra partita…”
- Con la Nazionale sempre grandi emozioni…
“Sì, come quella volta che stavamo vincendo all’Avana nell’87 contro la grandissima Cuba di Pacheco, Linares, Gourriel papà e tutti gli altri fenomeni. Eravamo 9-8 per noi all’8’ e avevamo mazzolato Romero, un grandissimo pitcher che poi andò ai Cardinals, davanti a Fidel Castro. Pensavamo di farcela, ma al nono con gli uomini in base e due out, Victor Mesa picchiò un doppio tra me e Schianchi e vinsero ancora loro”.
- C’è anche un a partita da dimenticare?
“Si, una senza dubbio. E dolorosa. Ai Mondiali dell’82 in Corea: stavamo vincendo 11-2 con l’Olanda a metà partita, ormai ce la sentivamo in tasca. E invece loro cominciarono a rimontare, pareggiarono alla nona e vinsero ai supplementari. Con il grande Charlie Urbanus che fece 6-6-6. Sei valide su sei turni con sei punti battuti a casa”.
- Chi è l’allenatore che ti ha dato di più?
“Tanti, ognuno a modo suo. Sandy Valdespino e Bob Molinaro sicuramente: due grandi professionisti. Poi Jim Mansilla, un grande lavoratore: bastava che tu andassi al campo e lui ti tirava “bp” dalla mattina alla sera… A Codogno invece ne ho avuto uno fantastico come Carlo Fraschetti, che noi chiamavamo affettuosamente papà… E poi la mia prima guida, sempre a Codogno: Cecco Stroppa, il primo a capire che in me c’era qualcosa… Io ho sempre avuto un buon rapporto con gli allenatori: loro ti dicono che cosa devi fare e tu devi accettare quello che ti dicono. Durante le partite non devi preoccuparti se il manager fa delle scelte buone o meno, ma devi pensare a fare il giocatore nel migliore dei modi. E se si perde non è mai colpa dell’allenatore, io non ho mai accettato questa cultura dell’alibi tipicamente italiana, come nel nostro calcio”.
- Da ragazzo chi era il tuo idolo?
“In quel baseball là erano tutti miei idoli. Ecco, forse posso dirti che all’Europeo del ’71 a Parma vidi Italia-Olanda con Wim Remmerswaal, che poi sarebbe arrivato in Major league, contro Giacomo Bertoni, che ai tempi era un grande del mound azzurro, ma restai impressionato soprattutto da Giorgio Castelli e dalla sua velocità. Però ti ripeto, in quegli anni erano tutti idoli per un ragazzino come me: da uno come Cavazzano a uno come Fornia…”
- Il compagno ideale?
“Sono stato bene con tutti. A Rimini eravamo una squadra di matti: ci divertivamo tanto anche fuori dal campo… Ma anche in Nazionale, a partire dal Club Italia, ho avuto dei grandissimi compagni: penso a Manzini, a Radaelli, a Bianchi, a Bagialemani, a tantissimi altri. Eravamo un gruppo molto unito, legato da una grande simpatia. E io sono sempre stato bene con tutti. D’altra parte se ti ritrovi ad essere il capitano e il quarto uomo del line up sia nel Rimini che in Nazionale, devi meritarti questa posizione e i tuoi compagni devono supportarti”.
- La più grande soddisfazione della tua carriera?
“Beh, forse è scontato: vincere la classifica dei battitori al Mondiale dell’86. Ma poi tante altre cose: gli scudetti con il Rimini, il campionato vinto con il Codogno nel ’76, gli Europei vinti con la Nazionale…”
- Sei stato anche un grandissimo fuoricampista…
“Sì, ma senza esaltarmi come fanno in tanti oggi, che magari la buttano fuori al primo inning e fanno delle scene come se avessero vinto le World series… Bisogna avere misura e tenere presente che per il pitcher subire un fuoricampo è già frustrante, perché devi umiliarlo con tante scene?”.
- A proposito: sai che sei il giocatore della storia che ha fatto più fuoricampo contro il Milano? (18, ampiamente davanti a Castelli e Stimac con 12, Bianchi e Manzini con 11). Non ti pare di avere esagerato con la vendetta dell’ex?
“Non lo sapevo… (ride) e certamente non ci pensavo: è solo un caso. La vendetta dell’ex poi nel nostro sport non esiste, è solo un’invenzione giornalistica…”
- Il tuo campo preferito?
“Grosseto: mi piaceva il prato all’esterno”
- La trasferta più bella?
“Con la Nazionale in Canada, a Edmonton. Andrei a viverci”.
- La squadra in cui avresti voluto giocare?
“Avrei giocato volentieri anche a Parma, a Bologna, a Nettuno… dappertutto. Idealmente mi sarebbe piaciuto cambiare squadra ogni anno: da Torino a Grosseto, da Ronchi a Caserta: pensa come sarebbe bello se ci fosse stato un mercato molto più movimentato, tanti cambi di squadra. Forse avrebbe aumentato anche il seguito del baseball…”
- Il miglior pitcher italiano?
“Tutti dicono che sia stato Glorioso. Io non l’ho visto, ma ne ho visti altri: come faccio a scegliere, ne direi tanti, ma dimenticherei sicuramente qualcuno… Da ragazzino ricordo di aver visto Silva, aver visto Lerker… poi quelli di una generazione appena prima della mia: Bazzarini, Cherubini, Paolo Re, Vegni… poi tutti quelli che hanno giocato ai miei tempi. Posso dirti Ceccaroli e Cabalisti che sono stati miei compagni di squadra, così non faccio torto a nessuno. Oppure ti dico quello su cui penso di aver fatto più fatica a battere: Fulvio Valle. In conclusione è giusto dire che il migliore sia stato Giulio Glorioso: valorizziamo almeno questa icona. Così come l’icona dei battitori italiani sarà sempre Giorgio Castelli, anche perché ha dato notorietà al baseball”.
- Allora sbilanciati un po’ sui pitcher stranieri…
“Anche qui la lista è lunga… Uno che mi ha messo in difficoltà è stato Kenny Spears del Milano: mi tirava sempre molto vicino al mento, poi tentava di fregarmi con lo slider. E poi ti direi dei grandissimi come Jack Lazorko, Remmerswaal, Galasso, dei fenomeni. E quelli che hanno giocato con me a Rimini: Birsas, Waits, Falcone, Heinkel, uno che nel girone di ritorno fece zero di pgl…”
- E dei battitori stranieri chi ti ha impressionato?
“Tanti anche qui: partiamo da Ransom del Nettuno. E Lenny Randle? Impossibile dimenticarlo. E Laribee, tanto per restare a Nettuno? E poi Tony Brown del Parma o Pate del Grosseto o Brackenridge e Zunino del Bologna… E Dummar? Gigantesco: che homer impressionante che ci fece… E Jim Morrison? Un altro in gamba, eh…”
- Devo chiederti, come a tutti, di fare la squadra ideale di chi ha giocato con te…
“Facciamo così: ti direi la Nazionale di fine anni Settanta con i vari oriundi come Landucci, Romano, eccetera… Oppure quella tutta italiana dell’86-87”.
- E se dovessi fare un Milano ideale, tu che l’hai visto, ci hai giocato e l’hai affrontato per tanti anni?
“Difficile anche qui: prenderei come base il gruppo della grande Europhon dei Novali, De Regny, Spinosa, Rossi, Passarotto, Punaro, più ci metterei i vari Phares, Bonfonte, Bazzarini, Fraschetti e Bianchi su tutti”.
- L’ultima cosa: i tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Come ho setto Glorioso e Castelli, le due icone tra i giocatori, e Bruno Beneck tra i dirigenti. Ma aggiungerei anche Aldo Notari. Poi ci metterei Guilizzoni, De Carolis, Donnabella, Zangheri e anche Giangiacomo Sello senza il quale Codogno non esisterebbe più: tutti grandi personaggi che hanno lasciato un segno nelle loro realtà”.
Come Beppe Carelli ha lasciato indubbiamente un segno nel baseball italiano. E, seppure per poco, anche a Milano. Auguri.
Elia Pagnoni

 

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